APPRENDERE DAGLI ERRORI – IL RUOLO DELLE ASPETTATIVE

6 pensieri su “APPRENDERE DAGLI ERRORI – IL RUOLO DELLE ASPETTATIVE”

  1. Buonasera Jacopo, ho letto con molto interesse il suo articolo,e sono d’accordo con le sue conclusioni, ma penso che continuare a fare gli stessi errori, sapendo di nuocere se stessi oltre a chi ci sta vicino, purtroppo dia una scelta di vita, ….chi vuol cambiare, lo fa senza bisogno di consigli altrui….le dico questo, perché mi sono trovata a dover consolare un’amica che ha un figlio sbandato….non sapevo cosa dirle …vedevo che soffriva molto per il comportamentoscelte del figlio, ….alla fine le ho detto….Cerca di accettarlo così com’è….se fa determinate scelte è perché a quanto pare, lui va bene così….lui sta bene così…e tu devi pensare solo a questo…..Certamente il mio non è stato un consiglio saggio,….ma se non altro non si tortura inutilmente.
    Le auguro una buona serata.

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    1. Buonasera Romana!

      Che enorme piacere è per me ricevere il suo primo commento!
      La ringrazio per avermi espresso il suo interesse e il suo accordo con quanto ho esposto nel mio articolo.

      Purtroppo in ciò che dice c’è molto senso, perché mentre da una parte devo sostenere che alcune persone per accorgersi di stare sbagliando e ferendo gli altri hanno bisogno di un aiuto esterno – professionale o meno -, altre sono così cieche alla realtà (o volutamente cieche ad essa dopo averla già scorta da sole) che in effetti può essere molto arduo sperare che cambino per il meglio.

      La ringrazio per aver citato una sua esperienza riferita al figlio di una sua amica.

      Anch’io ho un caro amico – potrei usare proprio il suo stesso termine – “sbandato”, per significare che ha proprio preso una deviazione permanente dalla VITA stessa e dalla capacità di viverla. In un estremo ed irragionevole masochismo morale, seguita a ricercare il male per propria volontà e, allo stesso tempo, svaluta, ignora, inganna e prende letteralmente in giro chi gli vuole bene e che lui stesso, fintanto che gli faceva comodo, ha fatto entrare nella sua vita assorbendone tutte le energie e l’aiuto possibili per poi buttarlo via come spazzatura e tornare a respirare l’aria malsana e inquinata a cui ormai ha imparato ad assuefarsi come nelle più miasmatiche delle droghe.

      E la capisco, perché so che cosa si prova. I veri amici soffrono di riflesso nel vedere le persone a cui tengono trattare male loro stesse prima ancora che gli altri.

      La ringrazio davvero per il suo commento, spero di poter rileggere presto altre sue considerazioni in risposta a miei precedenti e futuri articoli.

      Le auguro una buona serata e una serena domenica! A presto!

      Dott. Jacopo Pesenti

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  2. Buonasera Jacopo,
    Anche questo un articolo bellissimo e interessante.
    Può essere che chi persiste a sbagliare probabilmente non abbia ancora impresso dentro di sé gli effetti del suo errore o, semplicemente, non lo ritiene tale. Oppure le priorità che persegue nel suo vivere sono altre rispetto all’investire energie per quel cambiamento. Oppure, ancora, non capisce la necessità del cambiamento stesso perché non ne vede i vantaggi per sé e gli altri. O si ristagna comodamente nella propria area di comfort…
    O si arriva ad un livello in cui si pensa di esser giunti a un punto di non ritorno, in cui è impossibile tornare sulla giusta strada. Il ventaglio di possibilità che spingono ad errare è variegato se non infinito.
    Sicuramente sono fondamentali la cultura e il contesto che ci sta attorno perché son questi che possono aiutare a creare la motivazione al cambiamento. Una volta acquisita la motivazione e il senso sarà più facile per l’individuo cambiare.
    Buona serata
    Sjmon

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    1. Buongiorno a te, Sjmon!

      Grazie per il tuo apprezzamento, sono davvero contento che ti sia piaciuto e mi ha altrettanto fatto piacere leggere questo tuo commento.
      L’ho trovato talmente intelligente che ci tengo a risponderti punto per punto, riportando tra virgolette le parti del tuo commento a cui replicherò.

      1) “Può essere che chi persiste a sbagliare probabilmente non abbia ancora impresso dentro di sé gli effetti del suo errore o, semplicemente, non lo ritiene tale.” –> Certamente, ma come dici tu, se il contesto culturale, sociale e – aggiungo – relazionale di un individuo comprende almeno una persona che lo faccia ragionare sulla necessità di cambiare e di migliorare, ad esempio, il modo in cui tratta chi gli vuole bene, allora la questione è di tutt’altra profondità. Gli effetti dei suoi errori ce li ha ben chiari, ma non necessariamente perché qualcuno glieli ha fatti notare, ma soprattutto perché ha ricordato verità di cui egli era già in possesso ma aveva paura di ammettere a se stesso.

      2) “Oppure le priorità che persegue nel suo vivere sono altre rispetto all’investire energie per quel cambiamento.” –> Hai detto proprio bene.
      Diretta conseguenza di ciò è che le persone, se vogliono cambiare, cambiano.
      Se ad esempio un individuo continua a trattare male chi gli vuole bene e con i guanti chi non lo rispetta, il messaggio che sta esprimendo è molto chiaro: “Mi va bene così, mi sta bene essere trattato male e tratto allo stesso modo coloro che tengono veramente a me.”
      Una persona che persiste in tale condotta non sa chiaramente dare il giusto valore alle cose e alle persone che gli sono veramente benefiche nella vita, e a tal proposito invito chiunque stia leggendo a riguardare – e soprattutto a commentare – il mio video-articolo “LO PSICOLOGO INTERPELLA – EPISODIO 2 – L’uomo e l’ameba”.
      Ci sono persone che vogliono restare per sempre cieche alla luce dell’esistenza, e la parola chiave è “VOGLIONO”.

      3) “Oppure, ancora, non capisce la necessità del cambiamento stesso perché non ne vede i vantaggi per sé e gli altri.” –> Per tornare appunto al tema della cecità mentale e sentimentale, ben più grave di quella percettivo-oculare, di cui ti rimando comunque a un altro dei miei articoli che attende un tuo riscontro, ovvero “L’ACROMATOPSIA – UN MONDO SENZA COLORI”.

      4) “O si ristagna comodamente nella propria area di comfort…” –> Ebbene sì, alcune persone sanno benissimo che dovrebbero cambiare sia per il proprio bene che per quello altrui (si intende ovviamente per coloro che si sono sempre dimostrati degni di fiducia e di gratitudine), eppure scelgono – sì, è una scelta, e come dici tu molto comoda – di “ristagnare comodamente nella propria area di comfort”. Mostrando così di avere nient’altro che molta paura. Soprattutto, paura di vivere.

      5) “O si arriva ad un livello in cui si pensa di esser giunti a un punto di non ritorno, in cui è impossibile tornare sulla giusta strada.” –> Anche qui potrei dire moltissimo, ma potrei anche limitarmi ad affermare che anche in questo caso la parola chiave è “SI PENSA”, o meglio ancora, per prenderti in prestito quell’avverbio, “si pensa COMODAMENTE”. Lo scarso impegno, come scrivevo già all’interno del mio articolo, ci fa ritenere persa in partenza qualsiasi battaglia, anche quella più utile e sana che avremmo già vinto solo per il fatto di averla intrapresa.
      Certo, SE la intraprendiamo.
      E se non ci rifugiamo immediatamente nelle retrovie non appena ci facciamo cogliere dalla paura – invece che dall’entusiasmo – per esserci accorti che sì, basta volerlo e si riuscirebbe benissimo a cambiare e a non ricadere negli stessi, medesimi, penosi errori.

      6) Infine, come tu stesso sostieni, Sjmon, “sicuramente sono fondamentali la cultura e il contesto che ci sta attorno perché son questi che possono aiutare a creare la motivazione al cambiamento.”
      Già, hai proprio ragione. Ma se nuovi e più positivi contesti, di cui si è anche già potuto saggiare il valore, non li si vive né li si ascolta, non lasciando loro spazio – a loro ma nemmeno al proprio raziocinio -, e si torna a rintanarsi – o, come dici, a “ristagnare” – in contesti vecchi e obsoleti che ci hanno dato solo ed ampiamente prova di essere malevoli e fallimentari, allora in questo caso è il NOSTRO fallimento ad essere assicurato.

      Ti ringrazio ancora per il tuo commento, Sjmon, e spero che questa mia risposta, proprio come l’intero articolo soprastante, possa servire a tutti coloro che sono timorosi di cambiare e risultano recidivi nell’inciampare nei loro “affezionatissimi” errori e nel riproporre le medesime, immancabili mancanze.

      Attendo una tua risposta, Sjmon, per proseguire questo utile e fruttuoso confronto.

      A presto!

      Dott. Jacopo Pesenti

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      1. Ciao Jacopo, in alcuni casi l’effetto dei propri errori non è realmente percepito, viene distorto. Quindi non sempre si tratta di paura al cambiamento o paura di vivere.
        Mentre rispondevo all’articolo pensavo a quando lavoravo coi ragazzi di comunità. Il problema del cambiamento era la motivazione in sé al cambiamento stesso ma anche la fatica di lavorare su se stessi per cambiare: lasciare le vecchie abitudini per seguire nuove regole, affidarsi a un contesto nuovo, a nuove figure… perché farlo? La fatica vale il risultato?
        Tutti con un livello differente di motivazione a cambiare ma per tutti presente. Qualcuno ci è riuscito, qualcuno no o non subito. Questo perché ognuno ha obiettivi diversi, speranze diverse, punti di vista diversi.
        I nuovi e più positivi contesti, di cui si è anche già potuto saggiare il valore magari, a volte non li si vive né li si ascolta perché neppure considerati come spazi validi purtroppo. O non percepiti come i propri spazi giusti.
        Probabilmente è proprio della natura umana continuare a sbagliare di fronte al ripetersi degli errori. Ne è intrisa la storia, anche quella sociale contemporanea.
        Il mio elenco (in risposta all’articolo) di possibilità per cui si replichi l’errore, serviva proprio per dire che fatico a trovare una motivazione comune al fenomeno stesso… ogni situazione è una storia che andrebbe sviscerata per avvicinarsi a conoscerne i motivi e, forse, non si centrerá mai quello vero.
        Buona serata

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        1. Ciao Sjmon.

          Sì, alcune volte non si ha la reale percezione di quanto si sia in realtà immobili e di come non si abbia apportato nulla di nuovo in direzione di un vero cambiamento, per questo sostengo che a volte sarebbe utile farsi aiutare da amici, parenti e persone che ci vogliono bene, che sappiano aprirci gli occhi e ci forniscano rimandi di come la nostra condotta possa essere eventualmente lesiva anche dei loro sentimenti.

          A tal proposito, mi piace ricordare il proverbio “uomo avvisato, mezzo salvato”.
          Se a volte senza l’altrui aiuto – che dobbiamo però saper ascoltare – non siamo in grado di accorgerci dei nostri errori, il fatto che ce lo facciano notare costituisce già mezza parte del salvataggio.
          Ma l’altra metà dipende solo da noi stessi: se ci intestardiamo sulle nostre rigide convinzioni o ci adagiamo in un apatico senso di rassegnazione travestito da orgogliosa sicumera, siamo i primi ad impedire un auspicabile cambiamento.
          Chi ci vuole veramente bene può aiutarci a ricostruire con altruismo e compassione ogni singolo mattone della nostra esistenza, ma, se noi ne abbiamo minato le fondamenta, qualsiasi progetto è destinato a crollare tornando a essere un potenziale inespresso.

          Ti ringrazio per aver condiviso con me e con tutti i lettori del mio blog la tua esperienza in comunità con giovani ragazzi.
          Sono d’accordo, la motivazione al cambiamento stesso è spesso difficoltosa da raggiungere in tali casi, ma credo che ognuno – appunto con tempistiche diverse -, se sinceramente aiutato e alacremente seguito, si renderà conto prima o poi che è nel suo interesse aprire il cuore a chi a lui tiene veramente, senza maschere e ipocrisie, e la mente e lo sguardo a cosa è capace – e merita – di ottenere dalla vita.

          Per quanto concerne la storia, sono totalmente d’accordo.
          Essa si ripete ciclicamente, lo dimostra la società in generale, ma è questo il punto secondo me: la società IN GENERALE.
          Il cambiamento, infatti, può essere fiutato, smosso, ricercato, perseguito e messo concretamente in atto da ciascuno di noi NELLO SPECIFICO, presi come singoli individui. Partendo da un livello capillare, ognuno di noi può – e dovrebbe – dare il meglio di sé.
          Se la storia insegna che a livello globale tendono a ripetersi le medesime, esecranti dinamiche, a livello individuale ciascuno di noi può ergersi al di sopra degli errori della massa e dimostrare – soprattutto a se stesso prima ancora che agli altri – che con volontà, consapevolezza e determinazione può interrompere questo circolo vizioso, distinguersi dalla cornice e dipingere per sé – e per chi gli vuole sinceramente bene – il quadro migliore che si possa contemplare.

          Che ne pensi, Sjmon? Ti trovi d’accordo con quanto ho scritto?

          In attesa di un tuo sempre gradito riscontro, ti auguro intanto la buonanotte.

          Dott. Jacopo Pesenti

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